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IL PROGRAMMA
a cura di Roberto De Santis

 

Salvaguardia delle acque
 
         

La politica verde sul rapporto economia ambiente: un fallimento annunciato

Settore inquinamento fisico, chimico, biologico

Aspetti istituzionali e legislativi per un governo federalista dell’ambiente

Federalismo fiscale e riforma fiscale ecologica

La compatibilità tra mercato e ambiente

La riforma fiscale ecologica

Gestione dei servizi ambientali Competizione privato-pubblico

Aree protette e difesa del suolo

Salvaguardia delle acque

Tutela della qualità dell’aria Prevenzione e limitazione dell’inquinamento acustico

Smaltimento rifiuti

Attività estrattiva in materia di miniere, cave e torbiere

Valutazione d’impatto ambientale (V.I.A.) ed industrie ad alto rischi

Protezione ambientale nel settore energetico

Radioprotezione

Informazione, partecipazione ed educazione ambientale

Organizzazione amministrativa

 

 

 

  La salvaguardia della quantità e della qualità dell’acqua costituisce un fattore di sviluppo economico, oltre che di mantenimento di livelli accettabili di qualità della vita.

Gli interventi sul ciclo dell’acqua, sia nella fase del prelievo che in quella del rilascio , coinvolgono aspetti economici, tecnici, gestionali, di programmazione per un uso razionale della risorsa e per impedire l’inquinamento delle falde.

Lo stato delle falde idriche sotterranee assume, nel bacino Padano, dimensioni di alto rischio ambientale (con pochi esempi similari a livello internazionale), determinato dalle attività industriali e agricole che rappresentano, in termini economici, circa 600.000 miliardi del PIL nazionale con un rapporto per abitante secondo soltanto a quello giapponese.

Gli aspetti gestionali sono viceversa "frantumati" in oltre 11.000 gestioni creando un tale stato di inefficienza da determinare la perdita di circa 2 miliardi di metri cubi di risorse idriche a livello nazionale con un danno economico quantificabile in circa 2.000 miliardi di lire.

Altri dati sono da citare per evidenziare la situazione:

– acquedotti: oltre 1.200.000 abitanti non sono serviti da servizi di acquedotti;

– fognature: il 3% della popolazione risiede in Comuni sprovvisti della rete fognaria;

– depurazione: solo il 20% della popolazione è servita da impianti di depurazione, inoltre il 50% dei circa 6.000 depuratori non sono funzionanti;

– servizi idrici: circa 9 milioni di famiglie, pari a circa il 50% delle utenze civili, non hanno dotazione soddisfacente di acqua in termini di quantità e qualità.

La legge n. 36 del 1994 contiene potenzialità di risposta alle esigenze della gestione integrata del ciclo dell’acqua.

In particolare si rende necessario:

– realizare il servizio idrico integrato, che coinvolge gli aspetti dalla captazione alla distribuzione, in ambiti territoriali ottimali;

– adottare strumenti economici intesi come corrispettivi del servizio reso e non come imposizione fiscale (addizionale sul consumo per reperire risorse finalizzate al risparmio e al riciclo dell’acqua).

Anche in questo settore, la competenza del livello centrale dello Stato dovrà unicamente riguardare l’emanazione di norme di principio allo scopo di uniformare e coordinare l’iniziativa Regionale o Interregionale, che avra' la diretta competenza , sia in tema di legislazione di merito che di capacità pianificatoria e gestionale.

Le regioni dovranno disporre direttamente delle risorse finanziarie da destinare all’adeguamento di impianti e strutture riguardanti il ciclo dell’acqua di concerto con gli Enti Locali . Dovranno altresì prescrivere ed effettuare interventi di salvaguardia e razionalizzazione delle acque sotterranee, vietando l’utilizzo di quelle profonde per usi produttivi, e, nel contempo, tutelare ambiti particolarmente importanti ai fini idrogeologici.

In tal senso, e per motivi di programmi economici a lungo termine, assumerà carattere prioritario separare impianti e condutture per l’approvvigionamento e la distribuzione dell’acqua potabile da quelli riguardanti le risorse idriche non aventi tali requisiti qualitativi, da destinare agli usi produttivi.

Sulla stessa linea, le acque di scarico dovranno necessariamente essere scisse tra quelle passibili di semplice riutilizzo e quelle invece da sottoporre a preventiva e complessa depurazione prima del rilascio nei corpi idrici di ricezione finale.

Oltre a questo va perseguita una politica incentrata sui seguenti punti:

– la riforma radicale della legge Merli (la n. 319 del 1976), in quanto prodotto di un vecchio approccio puramente difensivo, tra l’altro aggirabile con la semplice diluizione degli scarichi;

– I’emanazione di norme tecniche sulla potabilizzazione delle acque;

– la regimazione delle acque fluviali, in modo da salvaguardare le capacità di autodepurazione naturale;

– una nuova normativa sulla balneazione in rapporto alla valorizzazione delle zone turistiche.

 
       
   
 
   

 

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