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IL PROGRAMMA
a cura di Roberto De Santis

 

LA POLITICA VERDE SUL RAPPORTO ECONOMIA AMBIENTE: UN FALLIMENTO ANNUNCIATO
 
         

La politica verde sul rapporto economia ambiente: un fallimento annunciato

Settore inquinamento fisico, chimico, biologico

Aspetti istituzionali e legislativi per un governo federalista dell’ambiente

Federalismo fiscale e riforma fiscale ecologica

La compatibilità tra mercato e ambiente

La riforma fiscale ecologica

Gestione dei servizi ambientali Competizione privato-pubblico

Aree protette e difesa del suolo

Salvaguardia delle acque

Tutela della qualità dell’aria Prevenzione e limitazione dell’inquinamento acustico

Smaltimento rifiuti

Attività estrattiva in materia di miniere, cave e torbiere

Valutazione d’impatto ambientale (V.I.A.) ed industrie ad alto rischi

Protezione ambientale nel settore energetico

Radioprotezione

Informazione, partecipazione ed educazione ambientale

Organizzazione amministrativa

 

 

 

 

Circa 13 milioni di disoccupati, due milioni di miliardi di debito, senza calcolare quello delle Regioni e degli Enti locali. La crescita del prodotto interno lordo a quota zero una deindustrializzazione in atto, la perdita di competitività nel mercato interno ed internazionale di molti nostri settori economici. Se questa e' la situazione la domanda conseguenziale è: l’ambiente può essere un occasione che contribuisca al rilancio dell’economia, alla riduzione del debito pubblico, alla riduzione della piaga dello statalismo, del contralismo, della inefficienza dello stato?

La questione ambientale può diventare uno dei processi fondamentali di realizzazione in ITALIA di una politica liberaldemocratica contribuendo a realizzare cosi' uno STATO LEGGERO. Si arrivera'alla fine del dominio delle municipalizzate, seguendo criteri di imprenditorialità ponendo cosi' il privato ed il pubblico in libera concorrenza con tutti quei vantaggi nei termini di qualità dei servizi, dei costi, ecc.....

Dobbiamo essere pienamente consapevoli che il problema non è tanto di natura culturale, scientifico o tecnico di capacità di diagnosi e terapie adeguate , ma essenzialmente di disporre della maggioranza politico-parlamentare e quindi di governo del paese. Se un bilancio deve essere fatto, di questi ultimi dieci anni di politica ambientale, esso è quasi del tutto fallimentare. Il dominio politico-culturale sia nelle forze di ispirazione cattolica, sia di ispirazione comunista e socialista è di un atteggiamento anti-capitalista, anti-industriale. Un atteggiamento di diffidenza se non di una vera e propria morale che ha visto nel profitto, nella produzione e accumulazione di ricchezza, il male. Che ha visto nella libera impresa, nell’affermazione di una concezione e pratica dello STATO in senso liberalista e imprenditoriale un qualcosa di cui diffidare. Che ha attribuito al sistema industriale, assunto nel suo complesso, la responsabilità del degrado ambientale, dello sfruttamento della natura.

Una concezione morale che ha bollato tutto ciò in senso negativo, abbinato ad una convenzione che il pubblico “è meglio”, ha rappresentato la miscela esplosiva e anti-moderna. Questo ha prodotto per lo stato il ruolo di istituzione, che ha incarnato il difensore della natura sfruttata, il giustiziere contro l’attacco predatorio del sistema economico, il baluardo etico, politico, giuridico, istituzionale, amministrativo. Il San Giorgio che sconfigge il drago della economia cattiva e sfruttatrice , risultato: lo statalismo ambientale, lo pseudo-dirigismo , e la pseudo-pianificazione CENTRALISTICA dell' ambiente. Un garantismo giuridico-legislativo sfociato in un bizantinismo e in una selva legislativa caotica e frammentaria che ha prodotto la illegalita' ambientale diffusa. Una politica ambientale tradottasi in un puro bilancio difensivo, diseconomico, una gestione monopolistica e sovietica dei servizi ambientali tramite le municipalizzate. Vi e' stata la totale assenza di una politica ambientale volta a coniugare profitto d’impresa con riduzione dell’inquinamento ambientale, crescita economica, aumento del prodotto interno lordo con prevenzione ambientale. Di una politica che coniughi crescita dell’industria della difesa ambientale con aumento della competitività interna ed esterna della nostra economia nei riguardi della concorrenza internazionale.

L’assenza di tutto ciò non è causale. Il nuovo schieramento così detto PROGRESSISTA porta con se tutti questi mali. Li porta geneticamente, culturalmente, come vissuto . Tutto ciò va combattuto e vinto, diversamente il nostro primato culturale , “per un’economia ecologica di mercato” , sarà vano.

I capisaldi fondamentali della nostra proposta sono tutti interni ad una visione federalista, sull’abbattimento del centralismo, sul liberalismo, sul rilancio totale delle autonomie regionali e degli altri enti territoriali che sono a contatto con le esigenze delle imprese e dei cittadini.

La presa d’atto è che la questione ambientale è diventata elemento strutturale sia della produzione che del mercato. Tutta l’evoluzione economica, giuridica-legislativa-culturale di tutti i paesi che fanno parte dell’OCSE va nella direzione di un mercato futuro con cui dovremo fare i conti. Nell’ambito di tale mercato la “qualità ambientale” sarà fattore di competizione interna ed esterna. Per questo le risposte devono essere pragmatiche rapide ed efficaci. Nostro obiettivo sarà riscoprire e definire le capacità autoregolative del mercato, senza per questo attribuire a questo meccanismo quei poteri taumaturgici che un certo liberalismo spinto ha teorizzato.

       
   
 
   

 

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